Da Salvini a Orban avanza la "dittatura della maggioranza"
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LUIGI BONANATE


Gli studiosi di politica hanno scoperto da ormai quasi 2 secoli che la democrazia è bella ma pericolosa: è vero che si basa sull’esito dell’esercizio elementare del diritto di (libero) voto; ma si è visto che, curiosamente, le maggioranze che si determinano possono produrre quella che essi chiamano la "dittatura della maggioranza". Ovvero quel fenomeno che trasforma una vittoria elettorale numerica in una forma di sopraffazione nei confronti degli sconfitti, ai quali in sostanza si finisce per impedire di ristabilire nuove maggioranze. Il limite estremo di questa dittatura è stato, almeno per i giorni nostri, raggiunto in Turchia, dove il presidente Recep Tayyip Erdogan, avendo visto sconfitto alle elezioni amministrative a Istanbul il suo candidato, non ha fatto altro che semplicemente abolire l’elezione e ordinare che venisse rifatta.
Come dire: il potere legittimamente conquistato con libere istituzioni può portare a politiche illiberali. Altre volte, chi le elezioni le ha vinte, vorrebbe addirittura, e al contrario, che se ne potesse cancellare l’esito, anche se favorevole, ma impossibile da gestire. È certamente quel che pensa Theresa May, che è diventata premier in Gran Bretagna a seguito del voto sulla Brexit che ora è tanto difficile da realizzare che il suo partito (abituato nei decenni a larghe maggioranze) è caduto ormai al 12% nelle preferenze popolari.
Orbàn d’Ungheria, invece, il 18 aprile del 2018, ha sbancato, alle elezioni politiche superando (con alleati) la soglia del 50% dei voti, il che gli ha dato - e ormai da un anno lo si vede chiarissimamente - la forza per imporre le sue politiche anti-migratorie e sovraniste con una prepotenza che ha pochi precedenti nella storia parlamentare europea: la dittatura della maggioranza avanza e, con il suo esempio, diffonde il suo modello anche nei paesi vicini: vicini, ma separati, dato che poi il loro rispettivo iper-nazionalismo li costringe a vivere da "separati in casa".
La terza forma di dittatura della maggioranza è quella che sta sperimentando in Italia il partito di Matteo Salvini, la Lega. Qui si tocca la sponda del paradosso: Salvini non vinse  le elezioni italiane del 4 marzo del 2018, anzi, in un certo senso le perse, risultando il terzo partito, superato sia dal Movimento 5Stelle sia dal Partito democratico. Ma nell’esercizio del potere in cui si alleò con Luigi Di Maio (per realizzare l’unica maggioranza possibile), Salvini dimostrò una straordinaria abilità che lo ha lanciato - sull’onda dei sondaggi - di gran lunga al primo posto nel sistema politico italiano. La scelta dei temi e la gestione delle relative decisioni politiche gli fanno persino intravvedere la possibilità di ritornare alle urne nell’autunno prossimo, per consacrare la sua superiorità.
E c’è infine anche chi le elezioni le vorrebbe ma, per ora, non riesce a farle fare: si tratta del giovane Juan Guaidò, che certamente rappresenta la maggioranza spirituale del popolo venezuelano, oggi - non fosse altro che per la miseria in cui è stato cacciato dai governi precedenti e in carica - senza che però gli riesca di spostare i pesi della bilancia a suo favore. Qui, è la componente internazionale che brilla per incertezza: anche chi vorrebbe aiutare Guaidò teme di causare una destabilizzazione che potrebbe provocare la caduta totale nell’anarchia di una guerra civile.
Le elezioni sono il sale della democrazia, ma bisogna saperle maneggiare con cura: altrimenti, possono "nuocere gravemente alla salute". Della democrazia.

l.b.
12.05.2019


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