Tesi a confronto sullo stress come malattia professionale
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Infortunio il burnout?
Berna dice no ma...
CLEMENTE MAZZETTA


Un lavoratore su tre rischia di ammalarsi di burnout, di esaurimento professionale causato dallo stress e dalla tensione. Nelle imprese svizzere, stando al Segretariato dello Stato e dell’economia (Seco), i costi maggiori legati alla salute sono causati proprio dai fenomeni di stress e burnout.
Nonostante ciò, il più delle volte il problema si riduce a livello personale, alla fragilità psicologica del singolo lavoratore. Riconoscere il burnout come malattia professionale, sostiene il consigliere nazionale Mathias Reynard (Ps) consentirebbe una migliore assistenza, faciliterebbe la reintegrazione professionale, la prevenzione contribuendo ad ammettere socialmente questa sindrome. Una sua proposta in tal senso è stata bocciata dalla Commissione parlamentare  della sicurezza sociale e della sanità in quanto è difficile dimostrare un nesso causale tra attività professionale e burnout. Anche un esperto di politiche sanitarie come Bruno Cereghetti osserva che il burnout è una malattia causata da molti fattori, "non facilmente riconducibile all’attività professionale". Che sia una malattia correlata al lavoro per lo psicologo Alberto Crescentini è invece un’ovvietà. Per legge però una patologia è riconosciuta come malattia professionale quando oltre il 50 per cento delle possibili cause sono legate al lavoro svolto.

c.m.


Prevenire a livello organizzativo, curare a livello individuale
Alberto Crescentini
Psicologo del lavoro, docente Supsi

Cos’è il burnout? Da un punto di vista scientifico è il risultato di un processo. Una definizione univoca non c’è ma spesso viene chiamata sindrome da esaurimento emotivo. Insorge quando una persona ha esaurito le energie per far fronte alle richieste professionali. Detto banalmente arriva quando… si finisce la benzina per continuare a fare il proprio lavoro.
Questa sindrome era inizialmente legata alle professioni di aiuto, ad alto contenuto relazionale. In particolare di quelle dell’insegnamento, sanitarie, o socio-assistenziali, dove la relazione è il valore aggiunto. Dalla fine degli Anni ’90 si tende a parlare di erosione dell’impegno lavorativo e si ritiene che possa essere diffusa alla maggior parte delle professioni di contatto. Il burnout colpisce quelle persone che, per come vivono il lavoro, per come si relazionano ad un certo punto non riescono più a mettersi in gioco, ad essere efficaci nella loro professione. L’esempio più classico è un operatore socio-assistenziale che non sopporta più i propri utenti, che li considera solo un problema.
L’Organizzazione Mondiale della sanità parla di burnout e stress in relazione alla salute collegata al mondo del lavoro, perché molto spesso fra le cause scatenanti vi è una disarmonia tra risorse individuali e caratteristiche delle richieste organizzative. Ciò porta l’individuo a ridurre inconsapevolmente il proprio coinvolgimento, in qualche modo a difendersi ritirandosi. Importante è riuscire ad individuare per tempo i segnali di difficoltà ma prima ancora puntare sulla prevenzione. Lavorare sull’organizzazione, chiarendo i ruoli, bilanciando richieste e stimoli. Le persone dovrebbero essere messe nelle condizioni di lavorare al meglio secondo le loro possibilità, soprattutto nelle professioni che necessitano di una dimensione relazionale forte e che hanno la possibilità di andare incontro a insuccessi.  
Il burnout deve essere prevenuto a livello organizzativo ma la sofferenza va curata a livello individuale, perché è la persona che sta malen e con cui si deve ricostruire il significato del lavorare. Il punto nodale per molti è proprio il significato del lavoro, che in alcuni momenti può essere completamente smarrito. Occorre occuparsi del livello formativo, fornendo anche gli "strumenti" per sopportare le frustrazioni, intervenendo su ciò che facilmente può essere migliorato, sulla capacità di rispondere agli eventi avversi. Potenziando la resilienza. Tenendo conto delle esigenze dei collaboratori e prevedendo spazi e tempi per il recupero.


È una questione difficilmente inquadrabile in norme precise
Bruno Cereghetti
Consulente ed esperto di politiche sanitarie

Il burnout pone innanzitutto una questione di definizione, perché racchiude in sé una vasta gamma di fenomeni che poi si esplicano in varie patologie che vanno dall’insonnia, all’abulia, alla rabbia, allo scoramento… Allo stato attuale sono presi in conto e curati i singoli effetti, piuttosto che il contesto generale, il burnout, che è estremamente difficile da diagnosticare.
Al contrario di certe malattie professionali evidenti e chiaramente diagnosticabili, come l’eczema per chi tocca certe sostanze, il burnout è molto più vago: va dal semplice malessere a forme più complesse di esaurimento emotivo. Anche se fosse comprovabile che la sindrome fosse legata al lavoro, il burnout si esprime con mille sfaccettature: da un lato c’è la percezione soggettiva del disagio, dall’altro quella oggettiva. Si può andare in crisi per un semplice rimprovero, o entrare in un tunnel avendo subito situazioni improprie, eccessive. Per questo è difficilmente inquadrabile in un contesto legislativo preciso.
Del resto non esiste neppure il concetto legale di malattia: si dice solo che è un danno fisico o psichico non inquadrabile come infortunio. Il burnout dovrebbe ricadere nell’ambito della malattia, o al limite anche dell’infortunio, se determinato da una causa esterna, se è la struttura o il superiore a influire sullo stato di salute. È inaccettabile che i costi del trattamento di una malattia professionale debbano essere sostenuti dall’assicurazione malattie obbligatoria. Ma questo capita sovente anche in altri casi, quando l’assicurazione infortuni nega che ci sia il nesso causale naturale diretto e adeguato per l’infortunio e scarica i costi sull’assicurazione malattia.
Se oggi da un punto di vista normativo appare difficile ritenere il burnout malattia professionale, non lo si può escludere in futuro, come per la fibromialgia, prima non considerata fattore invalidante lo è diventata a seguito di una sentenza del tribunale federale.
Certamente i datori di lavoro dovrebbero prestare più attenzione a certe dinamiche professionali che stanno burocratizzando il lavoro al punto da causare veri e propri disagi professionali. Ad esempio, nel settore della sanità è l’eccesso di controlli di qualità e di burocrazia. Troppi controlli, troppi protocolli, troppe schede di controllo, troppi aggiornamenti non attinenti alla materia non solo sottraggono tempo alla vera prestazione professionale, ma sono fonte di disagio che alla lunga possono sfociare nel burnout.
14.04.2019


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