Il caso della Glencore e i comportamenti responsabili
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Quelle multinazionali
tra veleni e poca etica
FRANCO ZANTONELLI


Kolwezi è una città di più di 800mila abitanti, situata nel sud-est della Repubblica Democratica del Congo. Un centro minerario di notevole importanza, in particolare per i suoi giacimenti di rame e di cobalto. Che da anni vengono sfruttati da Glencore, il gigante delle materie prime da oltre 200 miliardi di dollari di fatturato annuo la cui sede si trova a Baar, nel canton Zugo. Nei giorni scorsi due organizzazioni non governative (Ong) elvetiche, Sacrificio Quaresimale e Pane per i fratelli, hanno reso noti i risultati di uno studio che si rivela un atto d’accusa, nei confronti della multinazionale, ritenuta responsabile dell’eccessiva concentrazione di polvere che l’estrazione mineraria provoca a Kolwezi e nelle zone adiacenti la città.
Da 150 a 300 microgrammi per metro cubo, contro il valore limite di 50 microgrammi, stabilito dall’Organizzazione mondiale della sanità. "Soprattutto durante la stagione secca c’è troppa polvere nelle strade di Kolwezi", ha raccontato alle due Ong un infermiere, impiegato al pronto soccorso di uno degli ospedali locali. L’uomo ha spiegato di avere in cura numerosi pazienti, affetti da disturbi respiratori. "La polvere - ha detto l’infermiere - è prodotta dal continuo via vai di camion, provenienti dai giacimenti minerari, su strade in buona parte non asfaltate".
L’elevata concentrazione di polvere non è comunque l’unico problema provocato dallo sfruttamento dei giacimenti di rame e di cobalto gestito da Glencore. Diversi terreni agricoli sono stati, infatti, contaminati da sostanze tossiche. Grazie all’intervento di Sacrificio Quaresimale e Pane per i Fratelli, i contadini hanno ricevuto un indennizzo dalla multinazionale svizzera. Che, però, si rifiuta di rivelare la composizione di quelle sostanze tossiche.
Non è la prima volta che Glencore viene presa di mira da una Ong, per le sue attività definite da più fonti "opache", nei Paesi in via di sviluppo. Nel 2008 Public Eye, un’altra organizzazione non governativa sempre con sede in Svizzera, attribuì al gruppo di Baar un vero e proprio premio, da intendersi in senso negativo, per le conseguenze provocate sulla salute e sull’ambiente, dallo sfruttamento delle miniere di carbone in Colombia. Non se la passa meglio un colosso più grande di Glencore, la ginevrina Vitol, accusata da Sacrificio Quaresimale e Pane per i fratelli di violazione dei diritti dell’uomo e scarsa attenzione al rispetto dell’ambiente, nell’estrazione di carbone in Sudafrica.
In realtà delle multinazionali delle materie prime, ma non solo quelle, non se ne salva nessuna dalle critiche delle Ong, per comportamenti eticamente scorretti. "Siamo di fronte a un problema di rilevanza sistemica, che le imprese multinazionali causano ai paesi economicamente arretrati, danneggiandone l’ambiente e la società senza contribuire al loro sviluppo economico", spiega Sergio Rossi, docente ordinario di macroeconomia ed economia monetaria all’Università di Friburgo. "Se le multinazionali- aggiunge Rossi - fossero davvero interessate alla responsabilità sociale del loro agire, avrebbero da tempo già modificato radicalmente le loro attività e i loro modelli di affari".
Quello che, in sostanza, invoca l’iniziativa popolare per Multinazionali responsabili, di cui il docente all’università di Friborgo è uno dei sostenitori. "Permetterebbe - spiega Rossi - di sanzionare con il diritto elvetico le imprese che hanno la loro sede in Svizzera ma che causano dei danni fuori dai confini del Paese, danneggiandone la reputazione e riducendone la capacità di esportare verso le nazioni in via di sviluppo che subiscono i contraccolpi sociali, economici e ambientali delle multinazionali".
16.12.2018


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