A confronto un colonnello e un "transgender"
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Trans nell'esercito...
ma restano i pregiudizi
CLEMENTE MAZZETTA


Non arrivano a venti i casi di transessuali che ogni anno hanno a che fare con il servizio militare. Pochi. L’Esercito ha sempre chiuso loro le porte. Per la "nosologia militaris", il regolamento medico interno dell’esercito, la transessualità rende di per sé inadeguati al servizio. Il problema per i trans, si spiega, nasce dal particolare sostegno psicologico che queste persone necessitano. Ma, dopo la battaglia del giovane vodese Ellyot, nato donna ora maschio, che è stato scartato pur avendo superato i test psico-fisici d’ammissione, qualcosa è cambiato. Per il capo dell’Esercito Philippe Rebord, i cittadini che soddisfano i requisiti, che superano i test attitudinali, anche se transessuali, hanno  diritto di svolgere il servizio. Una dichiarazione di principio ineccepibile, anche se riecheggia il famoso comma 22: "Chi è pazzo può chiedere di essere esentato dalle missioni, ma chi chiede di essere esentato dalle missioni non è pazzo". Intanto è stato istituito l’ufficio "Diversity Swiss Army", per  gestire questo tipo di problematica su cui, qui sotto, si confrontano un transessuale e un militare.
c.m.


È un passo avanti verso l’accettazione ma non sarà facile
Nash Pettinaroli
Bibliotecario, primo consigliere comunale transessuale in Ticino

La presa di posizione del capo dell’Esercito svizzero disposto ad accordare ai transessuali il diritto di prestare servizio militare "se soddisfano tutti i requisiti richiesti", segna indubbiamente un passo avanti nel cammino di superamento delle discriminazioni, per una vera uguaglianza.
Il fatto però che si sia partiti istituendo un servizio chiamato "Diversity swiss army" per affrontare queste situazioni, almeno dal punto di vista lessicale mi pare un passo falso: si punta all’uguaglianza parlando di diversità.
Ma da un punto di vista di principio questa disponibilità ad integrare anche i transessuali nell’Esercito rappresenta un grande passo avanti nel superamento delle discriminazioni ancora esistenti. Per una società più civile. Non dimentichiamo che l’Esercito è un ambiente particolare, dove, come dimostra lo scarso numero di presenze femminile, non è semplice integrarsi.
Detto questo, devo anche esprimere una forte preoccupazione  - indipendentemente dalle direttive dei vertici militari - per quello che può succedere a livello di base, nella truppa, fra le reclute.  Temo quel che può succedere nelle caserme: i casi di derisione, di scherno, di bullizzazione a cui un trans può andare incontro. Non esagero. Basta aver presente il caso dello scorso anno dalle reclute ticinesi prese di mira da commilitoni, per immaginare a cosa può andare incontro un trans. Già oggi durante il servizio militare (e non) i giovani rischiano di essere bullizzati perché gay, perché obesi, perché trans...   
Anche se personalmente non ho mai avuto problemi di questo tipo nella mia vita sociale, avendo avuto la fortuna di incontrare persone aperte, senza pregiudizi, ritengo che in contesto di gruppo come quello militare possa scattare l’effetto branco che punta a bullizzare il diverso, o quello che si ritiene tale. A questo si aggiungono una serie di problemi logistici, vita di camerata, servizi, di non facile soluzione.


Bisogna tener presente ogni aspetto, si rispetta la diversità
Stefano Giedemann
Colonnello, vicepresidente della Società svizzera degli ufficiali

La Società Svizzera degli Ufficiali ha preso positivamente conoscenza della dichiarazione del Capo dell’Esercito, il Comandante di Corpo Philippe Rebord, il quale nel corso di un’intervista rilasciata al quotidiano 20 Minuten del 16 agosto 2019, ha affermato che anche i transessuali hanno il diritto di prestare servizio militare se soddisfano tutti i requisiti richiesti. Rebord, rispondendo infatti in merito al caso di un giovane che nonostante la forte motivazione e i buoni risultati nel test sportivo è stato respinto dalla scuola reclute, perché il manuale medico dell’Esercito stabilisce che una persona transgender è automaticamente dichiarata inabile, ha testualmente detto che: "In linea di principio, penso che le persone transessuali abbiano anche il diritto di servire il loro Paese se soddisfano tutte le condizioni".
La Società Svizzera degli Ufficiali condivide, in termini più generali, il fatto che all’interno dell’Esercito la cultura della diversità sia da diverso tempo curata e rispettata in modo adeguato. E ciò particolarmente nella formazione dei quadri, a livello di comandanti di truppa. Il tutto rispecchia un’esigenza della società moderna, e non deve influire sulle prestazioni del singolo che, nell’ambito dei doveri civici, si mette a disposizione nel contesto del servizio militare. Considerato comunque che l’Esercito deve necessariamente tener conto di tutti gli elementi che possono concorrere per questo dominio particolare di attività in contesti e situazioni legati ad un impiego effettivo, attendiamo che le istanze mediche competenti si chinino in modo più approfondito sul processo di verifica delle attuali disposizioni, il tutto secondo tempi e modalità ritenute le più opportune. In questo senso - concludendo - si può però giustamente osservare come l’Esercito dimostra una volta di più la propria capacità di adattamento ed evoluzione.
01.09.2019


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