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IL COMMENTO di Nicoletta Barazzoni, giornalista freelance
Il filo sottile che separa
le vendette dalle molestie
Nicoletta Barazzoni, giornalista freelance


Insieme al sottilissimo filo, e alla mano invisibile che accomuna i casi di molestie sessuali, mobbing e bossing, declinati sia al femminile che al maschile, si intrufola spesso il dubbio che le vittime denuncianti non raccontino la verità, e che stiano portando alla luce degli pseudo soprusi, per avvalersi di una sorta di vendetta personale, o di un regolamento di conti. Un dubbio di questa valenza può dunque trasformare i presunti colpevoli in vittime, e viceversa, le vittime diventare i colpevoli. Fenomeni come questi hanno somiglianze con il bullismo, per le pressioni psicologiche che vengono esercitate.
Portare le prove tangibili, materiali, scritte nero su bianco, delle molestie, del mobbing o del bossing - che chiamerò la triade, o il trinomio delle prevaricazioni - è un’operazione da "mission impossible" perché spesso diventa "la mia parola contro la tua". A meno di aver raccolto i fatti, con varie forme circostanziate di elementi come: telecamere, fotografie, messaggi, e mail, registrazioni video o audio, e avere avuto dei testimoni chiave, che però, proprio per il potere occulto della "triade", di solito si defilano, per paura di ritorsioni, rivelandosi testimoni caratterizzati dal simbolo delle tre scimmie.
Parto dal presupposto che anche una sola molestia, un solo mobbing, o un solo bossing sia già un caso di troppo perché in un’azienda, o in un’organizzazione, la cui filosofia e missione dovrebbero poggiare su dei principi etici inossidabili, questi fenomeni non dovrebbero essere tollerati ma addirittura affrontati con la prevenzione e con l’educazione al rispetto. Perché i metastatici oltraggi della "triade" intaccano l’immagine dell’azienda, a discapito dell’efficienza e dell’attività produttiva, trascinando molti dipendenti, non coinvolti nella "triade", nell’imbarazzo. Un dipendente, e un lavoratore scontento, che vive con angoscia un ambiente malsano, è un dipendente e un lavoratore a metà, fragilizzato nello svolgimento delle sue potenzialità lavorarive. A gettare discredito sui datori di lavoro e sulle aziende, sono dunque coloro i quali, pagati per produrre e non per colpire chi lavora negli stessi contesti, esercitano sui colleghi o sui subalterni, il loro agire illegittimo, con abuso di potere, magari anche con il sostegno tacito di chi è correo.
Le denunce che stanno emergendo nell’inchiesta della Ssr e della Rsi, sono quantitativamente rilevanti, e dunque, rientrano più nella fase statistica che in sporadici casi isolati. Si dovrà far luce sulle denunce, soppesando attentamente, con neutralità, oggettivamente e obiettivamente, quanto accaduto, in nome della trasparenza, che purtoppo è la prima ad essere sacrificata proprio perché questi atti si consumano nell’ombra dei sottoscala. Si dovrà ricorrere alla giustizia, per recuperare la credibilità necessaria e ripagare le presunte vittime dei torti subiti.
Spesso chi è vittima di mobbing, di molestie e di bossing si rivolge a uno specialista, medico psichiatra o psicologo, perché deve ricostruire lo stato psicofisico, indebolito dai continui bisogni perversi di egemonia di chi esercita queste dinamiche, che hanno strategie e bersagli mirati. Chi si è rivolto a medici o a psicologi può svincolarli dal rapporto di confidenzialità e dal segreto professionale, così da avere il parere peritale degli esperti, perché si fa presto a insinuare il dubbio che ci siano in atto manie persecutorie, racconti fantasiosi, menzogne o fraintendimenti delle vittime, che essendo sprofondate nella depressione, oltre ad essere vittime, glielo si vuole far pesare.
* Giornalista freelance
27-02-2021 21:30

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