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IL COMMENTO di Chantal Tauxe
Immagini articolo
È ora di decidere
cosa fare con l'Ue
Chantal Tauxe


Venerdì 7 giugno la classe politica svizzera ha tirato un sospiro di sollievo. Dopo anni trascorsi a tergiversare, il Consiglio federale esprimeva finalmente il suo parere sull’accordo quadro negoziato con l’Unione europea e presentava la sua strategia. Ma la soddisfazione è durata poco. La doccia fredda è arrivata già martedì 11 giugno dal presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker. Se gli svizzeri pensavano di poter guadagnare tempo, lui ha risposto con un calendario dai tempi stretti.
Perché questa accelerazione? La pazienza degli europei nei nostri confronti si è consumata a furia di essere abusata. Sono passati ormai cinque anni dall’inizio dei negoziati. I diplomatici hanno presentato il loro accordo nel novembre scorso. Sei mesi dopo, il testo non è ancora stato sottoscritto. Oggettivamente, si capisce la frustrazione europea. Inoltre Juncker è coinvolto personalmente: vuole sottoscrivere questo accordo prima di andarsene in ottobre. Dopo di lui c’è il rischio, gravemente sottostimato da parte nostra, di avere a che fare con un successore meno incline alle concessioni.
Possiamo vincere questa guerra sul tempo? Dovremmo cercare di capirlo abbastanza in fretta visto che Juncker ha fissato la prima scadenza a martedì 18 giugno. Quando il collegio dei commissari dovrà valutare la qualità delle relazioni tra la Confederazione e l’Ue. In termini di rappresaglie, l’Ue dispone di un arsenale ben più fornito del nostro. La famosa equivalenza borsistica ma anche la sospensione delle nostre numerose cooperazioni scientifiche, universitarie e culturali. O intralci amministrativi di ogni tipo per le nostre industrie di esportazione... Siamo talmente legati alle politiche europee che ci sarebbero mille modi di penalizzarci.
Ma questo riaccendersi delle tensioni tra Berna e Bruxelles potrebbe anche essere solo una mossa teatrale. Uno degli ultimi arrivati nella commedia, il cancelliere della Confederazione, Walther Thurnherr, ha incontrato il segretario generale della Commissione europea, Martin Selmayr, poco prima dell’annuncio del Consiglio federale. Qual è stata l’ampiezza di questi contatti? Cosa hanno concordato i due uomini? Un litigio di facciata per poi meglio trasmettere il messaggio che la Svizzera ha ottenuto delle concessioni?
Ad ogni modo i piccoli calcoli macchiavellici di Berna contrastano con le recenti votazioni favorevoli all’Ue del popolo e dei Cantoni. Il 19 maggio, il 63% degli svizzeri ha accettato una nuova legge sulle armi eurocompatibile. Nel novembre 2018 il 66% ha respinto l’iniziativa "contro i giudici stranieri", che prendeva di mira l’influenza del diritto europeo. Questa fiducia nell’ordine giuridico del continente era un segnale forte che le nostre élite non sono riuscite a recepire.
Un altro nuovo volto della commedia, il presidente dell’Unione sindacale svizzera Pierre-Yves Maillard, non usa mezzi termini per "proteggere i salari" elvetici dalle pressioni europee. Nessuno ha voglia di farsi ridurre il salario. Ma si dimentica che le cose possono andare ancora peggio: si può perdere il lavoro. In questo caso le indennità di disoccupazione implicano automaticamente una riduzione delle entrate tra il 20 e il 30%. Orbene, un accesso compromesso al mercato unico europeo causerebbe la perdita di migliaia di impieghi.
La Svizzera condivide con i 27 un’unità di intenti che dovrebbe permettergli di evitare di sprofondare negli errori compiuti dagli impotenti Brexiteers. Ma non possiamo più perdere tempo. È questo il momento di decidere cosa fare con l’Unione europea.
16-06-2019 01:00
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