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GLI SCENARI di Luigi Bonanate
Immagini articolo
Il separatismo
non paga mai
Luigi Bonanate


Il polverone del referendum catalano non si è ancora posato, ma già sono possibili alcune considerazioni che questa paradossale vicenda suscita. In primo luogo, l’ingenuità politica catalana appare inspiegabile (oltre che ingiustificabile): qualsiasi costituzionalista avrebbe potuto disegnare la via che avrebbe dovuto imboccare un tentativo come quello catalano per immaginare di poter giungere fino in fondo. Si trattava di un progetto irrealizzabile, se non per mezzo di una insurrezione armata, ovviamente insensata. Più importante ancora è riflettere sulla portata dell’ideale separatistico: è davvero tanto importante fuggire dalla storia per innalzar frontiere che non hanno né riscontri storici (la Catalogna fa parte del regno di Spagna dal XVI secolo) né giustificazioni politiche ed economiche? Le vicende catalane non sono mai state differenti da quelle dell’intera nazione e la separazione economica nell’era della globalizzazione risulta quasi ridicola, se non impossibile. La frantumazione non garantisce nulla di meglio.
Ma il vero problema è ancora un altro, e comprende (ma ne va al di là) anche in caso catalano: si tratta dell’insofferenza identitaria che da un quarto di secolo in qua ha incominciato a diffondersi per l’Europa, principalmente, ma anche altrove. A volersi esprimere correttamente, in questi casi dovremmo semmai parlare di federalismo, e non di separatismo. Ma la nobiltà del primo modello, che vi vede il miglior antidoto possibile alle guerre e la forma più vicina alla democrazia che si possa immaginare in termini internazionali, supera di gran lunga la miopia identitaria che attanaglia certe popolazioni e certe regioni, che rivendicano un qualche loro diritto all’indipendenza fondato su un principio "proprietario", ovvero sull’idea che soltanto comunità circoscritte e delimitabili nel territorio possano dare vita a una socialità civile, sicura in quanto separata. Si tratta di una visione della vita che nasce dalla paura: di essere privati di una parte dei propri beni, come si vede nel separatismo fiscale di chi non vuole che le tasse che paga vadano al centro e chiede che restino nel circondario; che chi è sconosciuto (leggi: non soltanto immigranti ma in generale gli stranieri) sia portatore di disgregazione sociale, subbuglio, disordine, violenza.
Chi ragiona in questo modo dimentica che la storia dei progressi dell’umanità è stata proprio costellata dalla "confusione delle razze" (o meglio: dei popoli), il cui esempio illustre è rappresentato, oltre che dagli Stati Uniti d’America, dal fatto che l’intero continente (24 milioni di km quadrati e circa 600 milioni di abitanti) non conosce conflitti internazionali dalla metà dell’800, dopo aver accolto (anche se in modo traumatico) emigranti che arrivavano dall’Europa, dall’Africa e dall’Asia. Le terre che un tempo appartenevano ai "nativi" americani furono loro sottratte, anche con la violenza, ma poi quelle stesse terre furono messe in comune e diedero vita a uno Stato che (con tutti i suoi difetti) resta uno dei più democratici al mondo.
Insomma, non è dalla separazione che discendono sicurezza e pace ma, al contrario, dalla condivisione e dall’accettazione reciproca, anche se il cammino è lungo.
15-10-2017 01:00

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