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GLI SCENARI di Luigi Bonanate
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Lo Yemen è importante
per tutto il Medioriente
Luigi Bonanate


Ma dov’è lo Yemen, e chi lo governa? È un piccolo Stato, ma con 26 milioni di persone, povere, risultando tra le ultime nelle graduatorie internazionali, ma di notevole importanza sullo scacchiere mediorientale per la sua posizione geografica. Paese per anni spaccato in due, vittima di una guerra civile, poi riunificato, conquistato e governato per  anni e anni da Ali Abd Allah Saleh, che poi scompare dalla scena ma riappare improvvisamente poche settimane or sono, prima di essere assassinato... Ancora un tirannicidio. Una storia difficile da capire: subito prima di essere eliminato, il sunnita Saleh aveva addirittura tentato di ribaltare gli schieramenti appoggiandosi a un gruppo Huthi, sciita, per tentare la sua ultima mossa. Ma come Saleh aveva fatto eliminare il suo predecessore, così è toccato a lui di essere ripagato della stessa moneta.
Difficile dire come andrà a finire: trovandosi a poter controllare (e quindi anche a paralizzare) una zona strategica, tra Mar Rosso e Golfo di Aden che introduce all’Oceano Indiano, e dovendo tenere in particolare conto l’Arabia saudita che gli proietta sopra un’ombra schiacciante, lo Yemen non sa più in quali mani sia destinato a cadere. Gli assi politici del momento sono due: la questione israelo-palestinese, lo scontro tra sunniti e sciiti. In entrambe ler questioni, una delle due forze (Israele nella prima; il sunnismo nella seconda) è molto più potente dell’altra, che tuttavia getta in campo decenni (se non secoli) di rabbia e di oppressione. Ciò che, strategicamente parlando, sovradetermina il tutto è che i Paesi sunniti sono la maggioranza, sia di numero sia di popolazione, ma non riescono a esprimere una politica regionale accettabile sia a Oriente, sia a Occidente, ovvero dalla Russia e dalla Turchia, da una parte, e dagli Stati Uniti e l’Unione europea dall’altra. Ma il "convitato di pietra" di tutta la vicenda è l’Arabia saudita, all’interno della quale è in corso una brutale e drammatica resa dei conti dinastica, e che non può accettare vicini pericolosi. Nello stesso tempo la sua priorità attuale è contrastare l’interesse iraniano nei confronti della Siria, che per decenni era stata la colonna più salda della stabilità mediorientale e oggi è un un relitto che può finire nella mani di chiunque. Siamo ormai molto vicini a quel "tutti contro tutti" che proietta sullo sfondo l’idea dell’anarchia, che neppure grandi stati come gli Usa, la Russia o la Cina riescono a irreggimentare, a condurre cioé a una complessiva e reciproca compatibilità. Il paradosso è che mentre la maggior parte dei Paesi islamici mediorientali è sunnita, lo Stato più solido sembra essere oggi come oggi l’Iran sciita.
Ma non per questo possiamo dire che lo scontro decisivo sia di tipo teologico-teocratico. Neanche questa è una chiave di lettura sufficiente, perché i Paesi sunniti non convidono tra loro né le scelte sulla questione israelo-palestinese né le modalità della chiusura della guerra civile siriana né, infine, la politica di "contenimento" nei confronti dell’Iran. Un rompicapo da far saltare i nervi a qualsiasi statista. Chi ha una buona idea, si faccia avanti.
10-12-2017 01:00

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