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Luigi Bonanate
La razza è un concetto
inventato della politica
Luigi Bonanate
Chi è
Luigi Bonanate è saggista, docente di scienze politiche all'università di Torino, esperto in relazioni internazionali.
Non è argomento per dibattiti politici il soccorso ai naufraghi, ai migranti clandestini, agli affamati, perché gli esseri umani condividono la stessa natura la quale li ha distribuiti in modo diseguale e casuale su tutto lo spazio del pianeta-terra. Non per questo non esistono differenze, diversità e singolarità, ma esse non sono state volute dalla natura ma dalla storia plurimillenaria dell’umanità. Uguali ma diversi, siamo destinati a incontrarci gli uni con gli altri e a mescolarci. Siamo di fronte a eventi che nessuna ideologia, nessun partito politico in nessun Paese potrà mai fermare o ribaltare.
Il primo racconto di questa storia lo fece 3.000 anni fa Omero, che narra nell’Odissea, la vicenda del primo migrante, o profugo, della storia. Odisseo, sbattuto dalla tempesta che aveva affondato la sua nave e annegato i suoi compagni, giace su una spiaggia, svenuto, spossato, affamato e ormai reso incosciente dalla paura. Sarebbe destinato a morte sicura se non fosse che la bella e giovane Nausicaa, figlia del re dei Feaci, invece di chiamare i suoi servitori per farlo arrestare o eliminare, lo compatisce, lo soccorre, lo aiuta, lo affida alla casa paterna affinché sia ristorato prima di potersene tornare in patria.
Se quella era una favola, tale e quale è la realtà che vive invece il mondo di oggi e che noi ci siamo abituati a osservare dagli schermi televisivi, dove scene assolutamente simili si ripetono ogni giorno, con la sola aggravante del numero dei morti e degli annegati. Ciò ci ricorda che le crisi migratorie sono una variabile storica inarrestabile, e in secondo luogo che il soccorso non può aspettare l’esito delle elezioni o affidarsi alla propaganda politica che nei nostri Paesi rischia di disarticolare la correttezza dei dibattiti politici. Una buona soluzione non è stata ancora trovata, ma non sarà l’esito delle elezioni in Italia a dare all’uno o all’altro vincitore la capacità di imporla: chi fugge ha mille ragioni per farlo, chi li accoglie non ne ha nessuna per rifiutarli. Basta pensare che lo stesso destino avrebbe potuto buttare noi, a mare, invece di loro.
I movimenti di popolazioni, le migrazioni, la fuga dall’oppressione, dalla fame o dalle epidemie si sono ripetuti nei secoli e hanno di solito segnato dei momenti di trasformazione storica immensi. Noi stiamo vivendo uno di questi: anche senza voler pateticamente mettere in campo i buoni sentimenti o la beneficienza pura e semplice, dobbiamo abituarci all’idea che si tratti di fenomeni inarrestabili con i quali noi - e loro - dobbiamo convivere. Non sono in gioco razze, che del resto non esistono (come l’antropologia ha già dimostrato da decenni; le differenze dipendono dalla geografia, non dalla natura), né politiche di potenza. Non dovremo neppure accontentarci di predicare i buoni sentimenti, ma semplicemente chiederci se a questi movimenti sia preferibile una qualche grande guerra che, uccidendo diversi milioni di esseri umani, ridurrebbe la pressione demografica alle nostre porte.
L’idea stessa di società è evoluta nei millenni e la politica esiste proprio a questo fine: cercare di contemperare fortune e sfortune, riaggiustare differenze e redistribuire risorse. Un esempio imbarazzante danno Polonia e Ungheria, che sono state ammesse (con altri Stati) nell’Unione europea nel 2004: da allora le loro condizioni economiche, le chances di vita, la mobilità sociale e il benessere sono migliorati straordinariamente. Senza chiedere loro di rinunciare alla nuova fortuna, non possiamo però accettare che essi (e altri Stati) fingano di non sapere, di non potere e di non vedere. Tutti siamo consapevoli di essere su una sola e stessa scialuppa di salvataggio. Alla lunga, la fortuna arriderà a o tutti o a nessuno. Tocca a noi deciderlo.
11-02-2018 01:00


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