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Chi è
Climatologo, docente universitario e presidente della Società italiana di meteorologia
Mentre le riflessioni di intellettuali e scienziati di tutto il mondo invitano a non sprecare le lezioni dell’emergenza coronavirus applicandole subito ai grandi problemi ambientali, i rilevamenti da satellite mostrano che in Cina l’inquinamento atmosferico, terminato il confinamento sociale, è tornato ai livelli pre-covid. C’è una grande asimmetria tra gli auspici formulati da una piccola parte di mondo consapevole dei rischi che corriamo e la realtà dei fatti trascinati dall’economia e dalle abitudini della maggioranza delle persone.
Ci si può permettere di aspettare che i danni ambientali diventino più evidenti per poi agire come si è fatto con il virus? Una fase uno di drastiche misure di contenimento e poi una fase due o tre di ripresa? La risposta purtroppo è no. Il degrado dei processi ambientali globali che abbiamo innescato può solo peggiorare o arrestarsi, ma non può più essere curato o fermato quando si manifesta nella sua gravità. E questo perché si tratta di fenomeni irreversibili sulla scala di tempi millenari, non compatibili con la vita umana. Il cambiamento climatico e l’aumento del livello marino non possono essere invertiti per decreto una volta che minaccino seriamente le attività umane, l’acidificazione degli oceani è un’alterazione di proporzioni enormi che una volta superata una soglia porta al disastro ecologico dell’ittiofauna, la perdita di biodiversità è fatta di estinzioni di specie che saranno perse per sempre, la deforestazione del manto vegetale tropicale può sfociare in desertificazione permanente, l’accumulo di inquinanti persistenti nei suoli, nell’aria e nelle acque può danneggiare la nostra salute per secoli e non sarà possibile effettuare una bonifica globale.
L’unico modo per non finire in queste trappole è la prevenzione, cioè il cambiamento più rapido possibile dei fattori che destabilizzano i parametri vitali della biosfera, riassumibili nelle attività umane basate sull’eccessivo prelievo di risorse naturali e pari restituzione di rifiuti. In una parola la nostra economia fossile e predatoria e l’aumento demografico. La fase uno - ovvero la riduzione della pressione ambientale - si sarebbe dovuta intraprendere quarant’anni fa, quando tutti gli allarmi scientifici erano noti. Non lo si è fatto, continuando a intossicare il pianeta. La fase due avremmo dovuto iniziarla vent’anni fa, con un ripensamento del sistema economico mondiale, non più basato sulla crescita infinita – impossibile in un mondo finito - ma su uno stato stazionario più sobrio e fondato sulle energie rinnovabili. Non è stato fatto.
Ora dovremmo essere pronti per la fase tre, ovvero l’applicazione estensiva di questo nuovo corso, che viene invece appena timidamente annunciato - a parole - dalla Commissione Europea con il Green Deal. Ci troviamo insomma di fronte a un incalzare degli eventi che richiederebbe in una decina d’anni di condensare quanto non abbiamo fatto nei quaranta precedenti. Dieci anni sono il tempo orientativo che ci resta per riuscire a evitare la  traiettoria verso lo scenario peggiore. Per limitare il riscaldamento a fine secolo entro due gradi invece di cinque, per contenere l’aumento del livello marino a mezzo metro invece di uno, per salvare la ricchezza degli esseri viventi che ci permettono di vivere. Bella sfida vero? La pandemia a confronto è nulla.
* climatologo, presidente Società Meteorologica Italiana, docente di sostenibilità ambientale
10-10-2020 23:00



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