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Chi è
Climatologo, docente universitario e presidente della Società italiana di meteorologia
I movimenti giovanili sul clima hanno avuto il merito di riattivare l’attenzione della società sulla crisi ambientale ma nonostante oltre due anni di attività, c’è da dire che non hanno raccolto molti frutti. A suon di manifestazioni in piazza non sono riusciti a ottenere risposte politiche concrete dai maggiori governi mondiali e non sono certo bastate le parole di Greta Thunberg invitata a qualche meeting internazionale a far pendere l’ago della bilancia verso scelte verdi globali. Considerando la diversa dotazione di mezzi di comunicazione, oggi incomparabilmente più sviluppati e pervasivi rispetto al passato, mi sembra che avessero avuto maggiori successi i movimenti ambientalisti degli anni 1960-80, che costruivano la partecipazione non sui social media ma con i volantini ciclostilati distribuiti nelle università o alle fermate degli autobus… Ci si deve dunque domandare se non esista oggi una strategia migliore, più rapida e incisiva, posto che l’emergenza climatica richiede di ottenere risultati in tempi stretti valutabili in non più di una decina d’anni affinché si possa ancora imboccare la strada del minor danno ambientale. E questa strategia al momento mi sembra che nei paesi democratici sia una sola: passare dalle richieste generali alla politica per una maggior attenzione all’ambiente a una vera e propria azione politica ambientalista, creando o potenziando partiti "verdi", cercando consenso nella società, facendosi eleggere e condizionando dall’interno le scelte dei parlamenti nazionali. Fino ad ora questa dinamica ha raccolto qualche risultato in Germania, con i voti delle generazioni più giovani che alle Europee 2019 hanno portato a Strasburgo circa il 20 per cento di rappresentanti verdi e alle regionali 2021 hanno visto raggiungere oltre il 32 per cento nel Baden-Württemberg. Segnali di incremento della politica verde anche in Svizzera, meno chiara la situazione in Francia e sostanzialmente stazionaria su piccoli numeri altrove. In Italia addirittura gli errori dei partiti verdi degli scorsi decenni hanno praticamente cancellato la rappresentanza dell’ambiente nell’attuale panorama politico, un argomento che era stato lasciato al Movimento 5 Stelle il quale tuttavia non ha saputo dargli priorità. Si vedrà se i Verdi Europei si candideranno alle prossime elezioni fornendo ai giovani elettori italiani un atteso punto di convergenza per essere presenti nel Parlamento con percentuali significative. In tutto il mondo tuttavia emerge questa anomalia: nonostante i problemi climatici e ambientali diventino sempre più pressanti ed espliciti, a questa urgenza non corrisponde un proporzionale interesse dell’elettorato che rimane piuttosto lento a recepire l’esigenza di una svolta verde e tende a votare per i partiti tradizionali che mettono la crescita economica al primo posto e utilizzano le promesse verdi solo come aggiunta più o meno marginale delle loro politiche di sviluppo. Se le giovani generazioni vogliono evitare il collasso ecosistemico e difendere il loro futuro dal rischio di trovarsi a vivere in un pianeta ostile, dovranno prima possibile far sentire il loro peso elettorale concentrando le loro scelte verso i partiti verdi già esistenti o fondandone al più presto di nuovi. È l’unico modo per arrivare in tempi brevi ad influire concretamente sui meccanismi decisionali troppo lenti e troppo spesso succubi delle richieste ed esposti alle pressioni degli interessi economici consolidati da secoli. Non sarà facile, ma credo sia una delle poche vie d’uscita da questa situazione di stallo che possa garantire un ritorno concreto e misurabile - invece dei soliti annunci e promesse di leader attempati destinate a non realizzarsi mai - sia la partecipazione diretta dei giovani alla vita politica delle nazioni. Certamente siamo in un momento cruciale, denso di attese: la pandemia ha generato ovunque nel mondo una cesura rispetto alla frenesia della vita precedente, ha mostrato la possibilità - con scelte rapide e drastiche - di cambiare le abitudini delle persone, riducendo viaggi e spostamenti che hanno fatto diminuire di circa il sei per cento le emissioni globali nel 2020. Ora tutto sembra essere tornato come prima, incluso il livello di emissioni, ma la COP26, l’incontro sul clima delle Nazioni Unite che si terrà a Glasgow nel tardo autunno e vedrà con Joe Biden il ritorno degli Stati Uniti al tavolo dell’Accordo di Parigi, propone uno scenario ci auguriamo più convincente dopo il quadriennio di negazionismo trumpiano.
22-05-2021 21:30



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