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27.02.2019
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27.02.2019
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Lorenzo Cremonesi
Le famiglie in fuga
dalle paure di Kabul
Lorenzo Cremonesi
Chi è
Nato a Milano nel 1957, come giornalista segue, da oltre 25 anni, le vicende mediorientali dal Libano all'Afghanistan, dal Pakistan all'Iraq.
Ogni giovedì pomeriggio il volo Kabul-Dubai della Emirates ha occupati almeno una trentina di posti sempre con gli stessi nomi, la maggioranza in classe Business. "Siamo uomini d’affari afghani che tutti i week end torniamo a trovare le nostre famiglie messe al sicuro nei Paesi del Golfo. Trascorriamo qualche giorno tranquilli, lontani dalle bombe e dal rischio attentati. Poi, ogni lunedì, siamo di ritorno negli uffici a Kabul. Una volta era un lusso. Ma ormai è una necessità. Soprattutto il pericolo sequestri a scopo d’estorsione non fa che crescere di mese in mese. Non ci resta che tenere lontani i nostri cari dal caos", racconta il cinquantenne Hamidullah Qasemi, uno dei più benestanti businessmen afghani, dirigente di una grande compagnia edile, proprietario di catene di negozi, attività di export-import e del Q-Kabul, un hotel cinque stelle in centro città che nel 2008, quando lo acquistò, valeva 35 milioni di dollari e adesso lui non riesce a svendere neppure per 10.
Per molti aspetti Qasemi incarna le paure e il senso di disincantata incertezza di quegli afghani che una quindicina d’anni fa si erano illusi di poter costruire un Paese aperto alla modernità, così hanno lavorato, investito i loro capitali, rischiato, ma adesso si ritrovano a convivere con l’incubo del ritorno talebano, mischiato alla crescita esponenziale della criminalità. Gli ufficiali della sicurezza municipale stimano che i rapimenti eccellenti siano almeno tre o quattro al giorno. Lui stesso 11 anni fa venne catturato da un gruppo di banditi. "Erano ben organizzati. Chiedevano 8 milioni di dollari per liberarmi. La mia famiglia iniziò a negoziare. Allora girarono un video in cui mostravano che mi sparavano alle gambe con una pistola. Ci si accordò per mezzo milione di dollari. Ma adesso zoppico vistosamente", dice. Ora moglie e figli viaggiano tra i Paesi del Golfo, New York e Londra. Lui stesso, dopo il rapimento dei figli di alcuni suoi dirigenti, ha trasferito larga parte dei suoi capitali all’estero. In Afghanistan mantiene solo le attività edili. "È una tristezza - dice - vedere la fuga dei capitali privati che avrebbero dovuto contribuire a costruire l’Afghanistan del post 2001. Il crollo è avvenuto dalla fine del 2014, quando le responsabilità del controllo militare e della polizia sono passate dalle mani della coalizione Nato-Isaf a quelle delle forze di sicurezza afghane. Da allora oltre 70 miliardi di dollari hanno lasciato le nostre banche per tornare all’estero".
Così le speranze di una volta si sono via via trasformate nel diffuso senso d’incertezza odierno. Kabul è asfissiata dal traffico caotico, rallentato dai posti di blocco ogni poche decine di metri, dai muraglioni attorno lungo il perimetro della "linea verde" che separa le ambasciate e le sedi del contingente internazionale dal resto della città. Una fortezza turrita di garrite marcate dai fili spinati, che ricorda molto da vicino le stagioni del peggior terrorismo a Baghdad alla metà del decennio scorso.
Ma, nonostante le misure di sicurezza onnipresenti, i talebani e gli altri gruppi dell’estremismo islamico colpiscono a piacimento. Lo stesso presidente Ashraf Ghani a metà gennaio a denunciato pubblicamente che circa 45.000 tra militari e poliziotti afghani hanno perso la vita negli ultimi quattro anni. Secondo una valutazione interna americana tra morti, feriti, disertori e renitenti le forze di sicurezza afghane (complessivamente quasi 300.000 uomini) perderebbero un terzo degli effettivi ogni anno. Se fosse confermato, sarebbe un dato gravissimo, tale da inficiare i programmi di addestramento della coalizione internazionale. A tante incertezze si aggiunge quella dei negoziati riservati a Doha tra americani a talebani, che aspre critiche ha sollevato da parte del governo Ghani. "Gli americani vogliono andarsene e sono disposti a tradirci pur di ritirare le loro truppe il prima possibile. Ma i talebani non sono cambiati. Se dovessero ritornare si scomparirebbero le libertà civili faticosamente guadagnate negli ultimi 18 anni", paventano molti tra gli studenti e professori all’università di Kabul.
Le studentesse sono le più terrorizzate. "Siamo sull’orlo del ritorno del burqa, delle scuole chiuse per le donne, del divieto di uscire di casa non accompagnate dagli uomini delle nostre famiglie", esclamano in tante nel campus universitario. Ultimamente Donald Trump ha cercato di rassicurare, il ritiro delle truppe Usa è forse congelato. Però nessuno è sicuro, tutto resta aperto. E nell’incertezza crescono le ansie collettive.
24-02-2019 01:00


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