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Si occupa di terrorismo internazionale e Medio Oriente, lavora al "Corriere della Sera" come inviato negli Stati Uniti
Un modus operandi consolidato. Almeno a giudicare dai risultati delle indagini in due Paesi diversi, Turchia e Olanda. L’intelligence iraniana, quando deve neutralizzare un avversario, organizza operazioni che coinvolgono trafficanti di droga. Sono loro gli esecutori del piano, una copertura ottima che tiene fuori dai guai eventuali referenti. Che pure esistono, però restano nell’ombra.
Il 9 ottobre Habib Chaab, esponente di una fazione separatista araba attiva in Iran, arriva a Istanbul proveniente dalla Svezia, dove risiede da tempo. Un viaggio di lavoro ma anche di rapporti personali. È stata una donna, Saberin S., a sollecitare la trasferta, anche con l’offerta di denaro per ripagare i grossi debiti contratti dal militante. Lei è giunta in città dall’Iran il giorno prima usando un documento falsificato.
L’oppositore non ha preso precauzioni, si fida e fa male. Va ad un appuntamento vicino ad una stazione di servizio, sale su un van dove lo attende la sua "amica". Che non è sola. Chaab è narcotizzato, trasferito prima verso il Kurdistan, quindi portato in Iran e consegnato alle autorità. I dettagli del rapimento sono emersi dopo che la polizia turca ha annunciato di aver arrestato undici persone, tutte accusate di aver partecipato all’azione clandestina. Sarebbero elementi vicini al narcotraffico, persone pronte ad agire in cambio di una ricompensa.
La storia somiglia ad altre. Nel 2017, Ahmad Mola, altro personaggio in vista del movimento separatista Ahwaz, cade sotto i colpi di un killer in Olanda. Sospettiamo una faida nel mondo dello spaccio, è la prima versione degli inquirenti. Bugie, depistaggi. Si scoprirà in seguito che i sicari appartengono al mondo del crimine, ma avrebbero fatto un favore ai servizi di Teheran. Ancora il 2017, ancora la Turchia. Un oppositore iraniano è freddato in strada, le indagini puntano su esecutori legati ad un network internazionale guidato da un curdo iraniano, Naji Z.. Un pesce grosso emerso anni prima per un regolamento di conti feroce: gli uccidono la figlia a Dubai in quanto sospettano abbia imbeccato i doganieri greci sulla presenza di un grande carico. Scatta la vendetta dei complici, lui risponde con altrettanta durezza. Morti ovunque, assassini a pagamento, agguati.
Naji è arrestato dai turchi l’anno dopo, però resta in cella solo sei mesi. Un rilascio clamoroso – dicono – favorito da un consigliere di Erdogan poi deceduto a causa del Covid: una volta fuori il boss torna in Iran. Pronto a servire ancora a colpi clandestini.
La tattica è evidente. Primo. Un bandito, anche importante, può essere ricattato e costretto a collaborare. Secondo. L’uso di assassini prezzolati può sempre permettere di negare una responsabilità diretta. Terzo. Queste reti sono estese, hanno diramazioni dal Golfo al Canada, dall’Europa al Nord Africa: i loro uomini possono agire ovunque o quasi.
C’è poi un’altra lezione. Ankara ha lasciato fare, ha persino dimostrato clemenza verso personaggi pericolosi, ma con l’episodio di Habib Chaab ha cambiato linea. Non per amore della legalità, bensì come parte della lotta in corso con Teheran nella regione. La crisi tra armeni e azeri ha favorito in parte le ambizioni di Erdogan, una spinta che gli ayatollah considerano pericolosa e lo hanno dichiarato. Dunque, quando serve, scattano i controlli, le scorrerie di 007 non sono tollerate. È un’impunità a tempo. Ma non sarebbe una sorpresa se trovassero di nuovo una convivenza, magari consacrata dall’ennesima sparizione.
19-12-2020 22:00



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